Coronavirus, la guardia medica: “Quella notte in auto e la morte di un amico” 

Una notte, tante notti da guardia medica a Codogno, fino a poco tempo fa centro dell’epidemia del coronavirus Covid-19, ora diventata ex zona rossa. “Era il periodo più intenso, carichi di lavoro pesanti e noi medici guardie di turno dovevamo stare in due nella stessa stanza quando facevamo la notte – racconta all’Adnkronos Maurizio Chiesa medico di Pronto soccorso e continuità assistenziale nell’area di Codogno – e certo non era facile riposare. Se si così si può dire, dato il continuo squillare del telefono”. 

“Ad un certo punto, una notte non potendo proprio riposare ho deciso, basta, – racconta Chiesa – sono andato in auto, mi sono chiuso dentro e coperto con una coperta e ho dormito, per modo di dire, forse un’ora, anche perché sono comunque arrivate decine di telefonate. E poi intorno alle 4 del mattino ho ripreso il lavoro con visite ed interventi. Avevo le ossa tutte rotte, ma non ci si poteva fermare allora, nel momento più difficile, e neanche adesso. Il telefono squilla meno, ma visite, persone da curare malati ci sono sempre”. Ma c’è un’altra storia, triste, che Maurizio Chiesa vuole raccontare perché lo ha toccato da vicino, quella della famiglia di un suo amico, un carissimo amico, un fratello. “Un fratello davvero. – racconta Chiesa – E’ la storia triste di una famiglia di quattro persone a me molto care. Padre, madre e due figli, miei amici da sempre, siamo cresciti insieme”. 

“Il padre, 79 anni, sano, si ammala di Covid-19 e in pochi giorni muore. Subito dopo si ammala la moglie, ricoverata all’ospedale di Pavia, ha quasi terminato l’iter, ora infatti, si trova a casa in via guarigione. Non ha potuto salutare il marito, non ha potuto assistere al funerale – continua a raccontare Chiesa – e poi improvvisamente uno dei figli, 51 anni, sano e forte si ammala ed è ricoverato a Pavia, versa in gravissime condizioni e sta combattendo con tutte le sue forze per uscirne. Il fratello, 49 anni, invece non ha contratto il virus, mentre la moglie sì ma in forma molto lieve ed è curata a casa. Strano ma vero!”. 

“Una famiglia a cui sono particolarmente affezionato, sono cresciuto con loro e la cosa più triste è che non è stato possibile salutare per l’ultima volta il padre – chiude Chiesa – questo è uno degli aspetti più terribili di questa epidemia. In tanti no hanno potuto dare l’estremo saluto ai propri cari portati via da questa malattia. Ma ci sono anche aspetti positivi e che danno speranza. Oggi nella struttura Rsa di cui sono medico responsabile, chiusa al pubblico, sin dall’inizio dell’epidemia infatti non sono permesse visite di parenti, si tratta quindi di una struttura altamente protetta, una mia paziente Lucia ha compiuto 100 anni….E sta bene. Auguri Lucia!”. 

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